Deborah
Ligorio, SizeScape, 2003
by Chiara Oliveri Bertola
Agli inizi del secolo scorso Kazimir Malevich con il suo Quadrato
nero su fondo bianco, sanciva la nascita del Suprematismo,
stabilendo l’importanza fondamentale della non oggettività
dell’arte contemporanea attraverso la riduzione al minimo
degli elementi strutturali che compongono la natura. Nei suoi
lavori anche Deborah Ligorio sembra seguire l’idea della
creazione della forma pura piuttosto che quella di una rappresentazione
di tipo naturalistico. Riducendo a pochi elementi essenziali,
sia dal punto di vista formale che cromatico i suoi lavori
e creando un’immagine accostabile ad un perfetto sistema
informatico, Deborah propone in realtà uno schema di
rappresentazione atto a ricreare o semplificare il sistema
globale, sia sociale che economico, in cui viviamo.
Le forme geometriche che si avvicendano sullo schermo, si
compongono e scompongono secondo un andamento rigido e matematico
creando affascinanti composizioni astratte, mentre la voce
dell’artista attraverso una meccanica litania in lingua
inglese (la lingua della globalizzazione), riporta il discorso
sulla realtà circostante focalizzando l’attenzione
sulle problematiche della società contemporanea palesate
nell’immagine della città.
In effetti le composizioni create dall’artista sembrano
planimetrie metropolitane in continua evoluzione come l odierne
città, costrette dalle leggi del mercato ad una crescita
esponenziale e divenute come immensi organismi antropomorfi,
ormai decisamente classificabili secondo le “taglie”
S, M, L, XL teorizzate da Koolhas. Pur prendendo coscienza
del fatto di essere in parte vittime di questa esasperata
codificazione di spazio, tempo e attività, intrinseca
al sistema vita/sopravvivenza, del quale non siamo altro che
semplici particelle in un mondo alla Matrix, Deborah in realtà
cerca di esemplificare questa struttura, ripudiandola attraverso
l’astrazione delle forme. Grazie a un puro susseguirsi
di figure che sembrano riportare in vita un mondo tecnologico
“primitivo”, privato e personale, l’artista
pare indicarci una possibile via di fuga: qualcosa di analogo
avveniva nei suoi Custom Habitat - unità abitative
funzionalmente vicine ai sistemi ideati da Joe Colombo, ma
progettate come rassicuranti rifugi per gli amici.
Attraverso un lavoro che lontano da ogni intento didascalico
offre una visione lucida e personale sui sistemi “socialmente
evoluti”, Deborah Ligorio trova spazi e tempi per una
riflessione che tende a intimizzare questi sistemi universali,
restituendo all’essere umano la paternità delle
proprie scelte e del proprio agire.
| Chiara
Oliveri Bertola is a critic and curator based
in Italy |
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