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In Italia
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Art, December – January 2008,
Chiara Leoni: I tuoi lavori
chiamano spesso in causa il concetto di “slittamento”
inteso come cambiamento progressivo e tuttavia drammatico.
Mi sembra che
sottolinei l’impossibilità di una stasi nel mantenimento
dell’equilibrio e la sensazione
di smarrimento che questo incessante cambiamento comporta.
Deborah Ligorio: I miei lavori
sono piuttosto narrativi e solitamente le osservazioni d’impronta
sociologica ne sono il filo conduttore. Una peculiarità
dei nostri tempi è la velocità dei cambiamenti.
Mi interessa leggere gli effetti prodotti da queste trasformazioni
attraverso un approccio umano ed emotivo. Si tratta di operare
attraverso uno sguardo disincantato, producendo un’analisi
che risvegli la consapevolezza e ipotizzi possibili soluzioni
per non subire passivamente questi mutamenti.
CL: Flussi, Migrazioni, Movimenti, Ritmi, che hai presentato
quest’anno nella mostra
“Ambient Tour” alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo,
analizzano da diversi punti
di vista — floristico, faunistico, antropologico —
diverse isole italiane; tra queste,
Pantelleria, nota soprattutto per i dammusi. Come sono nati
questi lavori?
DL: Nello specifico l’interesse per i dammusi nasce
dal merito che queste architetture hanno di adottare la tecnica
del condizionamento passivo. Da necessità e condizioni
particolari possono nascere delle diversità rispetto
agli standard, come per questo tipo di architettura che risponde
alle esigenze del luogo, economizzando sia nella scelta dei
materiali sia nei consumi. Abitazioni ataviche possono suggerire
soluzioni per fronteggiare l’attuale problema energetico
all’architettura contemporanea.
CL: Gli artisti hanno sempre vissuto sotto il paradigma della
mobilità — una condizione
che prevede un continuo adattamento e che oggi più
che mai sembra essersi universalizzata. Nel tuo lavoro l’idea
di adeguamento oscilla tra i poli della malinconia e della
necessità, una progressione che accresce forza e consapevolezza
personali e tuttavia ha un costo emotivo elevato.
DL: La malinconia proviene dal bisogno di punti fissi e si
scontra con la necessità avventurosa di smuoverli:
nel paradigma della mobilità il confronto crea revisioni,
sradicando i punti saldi. Lo vediamo nel dialogo tra culture,
nelle alleanze economiche e nel mescolarsi dei linguaggi.
Diversamente da molti altri miei lavori, nel nuovo video Il
sonno (2007), nel commento alle riprese aeree che vedono protagonista
il Vesuvio, in un sorvolo delle aree urbanizzate circostanti
fino alla cima del vulcano, rifletto su una scelta estrema,
quella intrapresa dagli abitanti delle aree adiacenti al vulcano
di non abbandonare una zona definita a rischio.
CL: Nella tua produzione recente prendi in esame strategie
e zone peculiari del sud nostrano. Una ricerca che si discosta
sensibilmente dagli scenari cinematografici da
frontiera americana di Donut to Spiral (2004) o dall’ubiquità
sottomarina di Wired Under Water (1999).
DL: Dopo aver ricreato ambienti metafisici in diverse animazioni
ed esplorato paesaggi leggendari come quelli di Donut to Spiral,
ho sentito la necessità di puntare i riflettori su
luoghi a me più familiari. Di guardare all’Italia,
e in particolare al sud, con gli occhi di chi proviene da
questi posti ma con la curiosità e gli interrogativi
di chi vive altrove. Vivere a Berlino per diversi anni mi
ha fatto venire voglia di raccontare questi posti avendo maturato
il distacco necessario per circoscriverli.
CL: Caratteristica dei tuoi lavori è la variazione
di temperatura emotiva determinata dal
sonoro: da un lato il tuo parlato che oscilla tra enunciazione
di dati e rivelazioni intimistiche, dall’altro colonne
sonore fatte di silenzi e contrappunti, suoni e strumenti
insoliti.
DL: Il parlato e le colonne sonore sono entrambi un commento
alle immagini e assieme
creano un’atmosfera, interpretando le immagini e definendone
il carattere.
CL: Collabori con dei musicisti?
DL: Spesso sono io stessa a manipolare i suoligorio. ni e
a scegliere la melodia che più rende la sensazione
che voglio dare, mi rivolgo poi a dei tecnici che perfezionano
le mie combinazioni. Questa è la procedura più
semplice e che ho adottato quasi sempre, pur avendo ogni volta
desiderato collaborare con dei musicisti. Per i video presentati
nella mostra “Ambient Tour” sono invece riuscita
a lavorare con Ivan Seal e Andrew Moss che hanno fatto un
ottimo lavoro, interpretando le mie esigenze e rispondendo
con il loro contributo in modo molto personale. Per il prossimo
video non utilizzerò la mia voce né
musiche particolari, ma avrò un sonoro che capta frammenti
di trasmissioni radiofoniche, in cui si alternano pezzi di
discorsi, musica e interferenze — fondendosi in un commento
al viaggio.
CL: Tempi sembra un omaggio a luoghi senza tempo. La colonna
sonora è composta di un ipnotico frinire di cicale
e tutto è immoto, a parte le girandole colorate.
DL: Soggetto di questo video sono i trulli di Alberobello
e della campagna pugliese, un altro esempio di architettura
bioclimatica tradizionale. La staticità delle immagini
è legata
all’immobilità del contesto: il caldo torrido,
il suono delle cicale e la stasi imperturbata restituiscono
il ritratto di un tipico pomeriggio estivo. Il video è,
in ultimo, un omaggio a queste caratteristiche abitazioni,
immutate nel tempo eppure sempre funzionali.
CL: Hai spesso fatto uso di pattern, griglie e cartografie
immaginarie, mappe stilizzate che trasfigurano tanto il macro
(la città vista dall’aereo) che il micro (la
disposizione delle
scrivanie in un ufficio) in uno schema rassicurante, apparentemente
composto da punti
fissi. Tuttavia queste forme continuano a migrare, sovrapporsi
o annullarsi.
DL: Queste mappature sono una visualizzazione astratta di
configurazioni sociali, politiche ed economiche, di flussi
di trasformazione e di cambiamenti di abitudini e prospettive.
Le forme richiamano dei pattern modernisti eppure si riconfigurano
seguendo i flussi della società contemporanea in cui
l’immagine che osserviamo ci suggerisce che, come per
Thomas Friedman, “il mondo è piatto”.
CL: Irregular Configuration (2005), prodotto dalla Kunsthaus
di Graz, si confronta coi cambiamenti di abitudini della fauna
europea in rapporto al fenomeno del riscaldamento globale.
Come è nato questo lavoro?
DL: Il lavoro è in parte ispirato al Monumento continuo
di Superstudio e alla sua visione provocatoria di un’urbanizzazione
totale: immersa nella natura, un’unica enorme struttura,
la città, che si espande lungo il paesaggio, all’infinito.
Le sequenze animate in Irregular Configuration sono una visualizzazione
dello stato di cementificazione del territorio europeo, realizzate
sulla base dei dati raccolti dal progetto “CORINE (European
Commission Programme To Coordinate Information On The Environment)”.
Il video riporta inoltre le trasformazioni del paesaggio europeo
dovute all’incremento termico, vale a dire i cambiamenti
di abitudini della fauna tra migrazione e adattamento, elencando
informazioni tratte dai report della European-Environmental-Agency.
Il video è nato come un assemblaggio composito di griglie
metropolitane, paesaggi naturali e rapporti sotto forma di
testi e animazioni che si articolano in una doppia proiezione,
in un alternarsi tra paesaggio urbano e naturale.
CL: Anche in questa occasione entra in gioco il concetto di
sostenibilità su cui, sin dagli
inizi della tua attività, hai intrapreso un’approfondita
riflessione. Tale concetto supera il
contesto ambientale e ambientalista: riguarda l’ecologia
della vita quotidiana, i rapporti
umani, gli adattamenti culturali, l’equilibrio interiore
in rapporto all’esterno…
DL: Sì, penso si possa considerare una filosofia applicabile
all’economia in generale, sia
a quella dell’esistenza individuale sia a quella sociale.
La sostenibilità è un atteggiamento che si confronta
con la consapevolezza che tutto tende a esaurirsi, una teoria
che si preoccupa del mantenimento di un equilibrio costante.
Robert Smithson per
parlare d’entropia, la tendenza dei sistemi organizzati
di disintegrarsi nel tempo, usava
il monito di Nabokov: “The future is but the obsolete
in reverse”.
intervista di Chiara Leoni
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